“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile,

quello con la pistola è un uomo morto.

Avevi detto così, no?”

 

Valerio Spinelli la sua via l’ha sempre conosciuta e quando non la conosceva, a modo suo, se l’è trovata. Il numero dietro alle spalle è sempre stato quello, il numero #9 ed i movimenti sono sempre stati inconfondibili.

Un personaggio di Sergio Leone, una musica di Pino Daniele: vederlo giocare era esattamente così. Non il più alto su un campo di gioco ma su quel campo il modo di andare a canestro, non è mai stato in discussione. Attaccava il lungo sempre alla stessa maniera, lo batteva al primo passo e quell’azione terminava sempre con un appoggio di destro quando andava a sinistra e di destro quando andava a sinistra, così il lungo non poteva recuperare.

Il tiro da tre era sempre dietro l’angolo, se inaspettato è ancora meglio, se dopo uno 0/6 al PalaDozza, ancora di più: mani che si avvicinano ed un pizzico di lingua che sbuca dalle labbra. E poi quando tirare non era davvero possibile, non c’è problema, il passaggio eccolo qua: da antologia quelli per Jurak o per Greg Brunner, per Daniels o per Troutman, o con la maglia di Napoli.

“Non sono mai stato un giocatore facile” dice ed in effetti è davvero così. Anche perché per via di quella statura è sempre stato uno con la pistola in mezzo a tanti con il fucile. Ma è anche vero che quando quelli grossi cadono, fanno più rumore e se proprio ce la fanno a rialzarsi, ci mettono di più.

Sempre stato là Valerio Spinelli, sul filo di un’emozione in squadre di enorme talento e di grande carattere. E la Virtus Roma nella sua storia c’è tante volte: basti pensare a quella Coppa Italia vinta con Napoli, proprio contro Roma, od alla Biella che al primo turno playoff spazzò via proprio Roma, aprendo poi una stagione molto difficile per i canestri della città eterna.

Da playmaker aveva l’obbligo di dirigere una squadra ma lui le sue squadre le accendeva, il classico playmaker capace di cambiare ritmo e battiti all’incontro e se l’avversario era più forte, ancora meglio.

Poi ha deciso di usare la bacchetta da direttore in maniera diversa e da direttore di un orchestra sul campo è passato dall’altra parte della famosa “barricata”, di chi una squadra deve costruirla.

Come si fa a lasciare andare il giocatore che si è stati e non cercare di portare su un campo giocatori simili a quelli che si è stati durante la propria carriera? Forse sarebbe questa la cosa più scontata ma di scontato, nella storia di questa stagione, c’è meno di quello che sembra. Perché avere giocatori forti non vuol dire automaticamente aver vinto e spesso nella carriera del numero #9, tante squadre più “forti” si sono arrese dinanzi ai colpi di chi aveva meno talento ma più voglia. E di momenti difficili per una squadra forte come la Virtus Roma quest’anno ce ne sono stati tanti e di scelte difficili da prendere o da non prendere per chi ha avuto la responsabilità sportiva delle operazioni come Valerio Spinelli, ce ne sono stati tanti. Ma le scelte, alla fine, sono state quelle giuste, come per esempio attaccare un lungo e bloccargli il tentativo di essere stoppati.

E questo campionato vinto è un altro momento da mettere in bacheca e che sorridendo, forse fa fare “pace” con quella Coppa Italia e con quel turno playoff.

Altre scelte da fare, ancora più difficili e responsabilità maggiori. Ed il prossimo anno, chissà se la Virtus sarà su quella “famosa” carta una squadra da battere ma se così non dovesse essere, dalla sua parte avrà uno che dinanzi ad un uno con il fucile, saprà che il valore di qualche dollaro in più non è abbastanza, se conosci il tuo modo, quello giusto. If you know, your way.

Edoardo Caianiello

 

 



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